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      Ma il Pignata tace su ciò: tace, perché, come è detto nella prefazione, trema al solo udire il nome dell'Inquisizione: e, nuovamente interrogato in proposito, quando col racconto giunge alla condanna, replica di volersi restringere a narrare come scappò. Ed è curioso a notarsi, come parecchi di coloro che hanno lasciato memorie della loro prigionia, ne avvolgano in un certo mistero le cause. Dal Casanova, ad esempio, così diffuso e loquace in altre materie, invano si desidera sapere perché precisamente fu chiuso nelle carceri della Serenissima; si capisce che fu per ragione di Stato: s'induce, s'indovina per sussidio di altre notizie, che dovette essere per accusa di massoneria; ma niuna dichiarazione esplicita se ne ha nelle sue Memorie. Il Pellico - e chiedo scusa di unire insieme il libertino veneziano col pio saluzzese, che fra di loro non hanno altro di comune salvo la stanza nei «Piombi» - il Pellico anch'esso non dice chiaro perché fu processato e condannato: si sa che fu per accusa di carboneria, ma nel suo libro immortale si cercherebbe inutilmente una esplicita menzione o conferma, o almeno qualche specificazione più precisa su quello di ch'era incolpato. Tutto resta avvolto nel mistero. E quanto al Pignata, l'accusa dovette certamente essere di irreligione, ma di che precisamente fosse chiamato in colpa, e se fosse innocente o reo, se di ciò che gli era apposto si gloriasse o si pentisse, anche dopo aver riacquistato la libertà e scrivendo in paese libero, nulla volle confidarci.


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Le avventure di Giuseppe Pignata fuggito dalle carceri dell'Inquisizione di Roma
di Giuseppe Pignata
pagine 170

   





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