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      Quando dorme ha gli occhi aperti, quando veglia li ha chiusi. Pauroso, anzi spaventevole è quando, serpente a più teste, infesta una campagna con divorare quanti armenti ed uomini passino per le sue contrade.
      Il gigante non ha di pauroso altro che l'aspetto e la forza materiale, il resto poco vale e meno pesa. Se si mette a combattere, la perdita per lui è certa, non per difetto di forza, ma per manco di cuore. Qualcuno che se ne incontra, è di così poco animo che non osa alzarsi contro del meschino mortale da cui è minacciato e morto. Però si presta a' comandi di esseri più elevati di lui come le fate, per ordine delle quali prende e restituisce a casa sua con ricchi doni d'oro e d'argento una levatrice, e i draghi, che, potenti ma non forti più di loro, se ne avvalgono come di fidi servitori.
      Le draghe o mammadraghe portano il nome dei mariti, e pari ad essi hanno la leggerezza nel segreto e la imprudenza del parlare là ove meno dovrebbero: di che le conseguenze peggiori per loro. Ma tra esse e i mariti v'è una certa differenza di istinti; chè quello de' draghi è di malfare, sebbene le loro minacce facciano temere di peggio, e quello delle draghe è di mangiar carne umana e di cercarla ad ogni costo. La draga è sanguinaria, e si pasce rubando, come il mostro della novella-mito di Polifemo, pecore, capre e buoi, sempre alla ragione sommettendo il talento. Una ragazza, un giovane che capiti nelle sue mani, può esser certo di dover morire se non verrà in suo soccorso il figlio e la figlia, veri o adottivi, di lei, presi di pietà del malcapitato giovane.


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Fiabe novelle e racconti popolari siciliani
Volume Primo
di Giuseppe Pitrè
pagine 500

   





Polifemo