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      Perciò, prima e suprema cura dell’invitante deve essere quella della scelta. V’hanno eccellenti famiglie che contano fra gli amici qualche cattivo soggetto, e, ciò che è più singolare, conosciuto per tale communemente. O sia pochezza di criterio, o sia debolezza di carattere, o sia eccesso di buona fede, o sia il trovarsi eccentrici a quella porzione raffinata della società che sa, vede e giudica: fatto sta che questi casi non sono infrequenti: e non v’ha forse alcuno de’ miei lettori il quale non abbia più volte domandato a sè stesso: «Come mai i tali si lasciano venir per casa il tal altro?» Ma costui, appunto perchè non desiderato nelle buone famiglie, si tiene tanto più legato a quest’una, e c’entra sempre, e c’entra in tutto, e specialmente negl’inviti, e la sua presenza disturba, perchè è più indigeribile d’ogni più indigeribil vivanda.
      Ma anche questo riguardiamolo come fatto eccezionale. I vostri amici saranno tutti fiori di buona e brava gente; eppure quando date un pranzo, a fine che non riesca freddo e nojoso, bisogna saperli assortire; perchè, replico, il bello morale di una mensa amichevole è che tutti gli invitati armonizzino tra loro. Dilucidiamo il pensiero con alcuni esempii. Un pajo di vagheggini che hanno tutta l’anima negli amoretti, nei cavalli, nel tiro alla pistola, e un pajo di artisti che non possedono un palmo di terra, devono pur trovarsi male frammisti a sei o sette proprietarii o fittabili, che dalla minestra sino al caffè discorrano calorosamente di brughiere bonificate, di riparazioni alle cascine, del prezzo del frumento e del miglio, del fieno agostano e quartirolo, della carezza del letame a un tanto al quadretto, della polmonea delle vacche, del diavolo che li porti!


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L'arte di convitare spiegata al popolo
di Giovanni Rajberti
Editore Bertieri Milano
1937 pagine 212