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      In quella notte tornò il frate e menò seco due mule, un bue e otto pezze di tela, che gli avevano dato per il sangue che avevano fatto: e la giustizia di questo paese è di pigliare la robba de' malfattori, come sono vacche e mule. Chiamansi questi luoghi Angua e Mastano, e sono del patriarca abuna Marco.
      Quivi cominciammo a entrare in una graziosa e dilettevole terra, posta fra montagne molto alte, ma infinitamente abitata alli piedi di quelle, con gran ville e chiese molto nobili; e tutta era lavorata e seminata di ogni sorte di biade. Quivi si vedevano infiniti fichi di quelli d'India, limoni, naranzi, cedri senza numero, e pascoli con una moltitudine di animali incredibile. E perché un'altra volta io feci questo cammino col sopradetto frate, il quale allora si chiamava ambasciadore, e dimorammo un sabbato e una domenica in casa di un onorato canonico, e fummo alla chiesa ogni giorno con lui, dove vedemmo gran numero di canonici, gli dimandammo quanti canonici vi potevano essere: ne disse da 800; quanta entrata potevano avere: ne disse che poca fra tanti. E noi gli replicammo: «Per che causa vi sono tanti, essendovi cosí poca entrata?» Ne disse che al principio che furono fatte quelle chiese non erano molti, ma che dapoi sono cresciuti, perché tutti li figliuoli de' canonici, quanti da quelli discendono, tutti restano canonici, e questo costume si osservava nelle chiese delli re; e che il Prete Ianni, ogni fiata che egli fa una chiesa nuova, ne manda a levare di quivi, e cosí gli diminuiva, come fece quando egli fabricò la chiesa detta Machan Celacem, che ne levò dugento; e che in quella vi erano otto chiese, nelle quali potevano essere da quattromila canonici, e che, se il Prete Ianni non gli levasse per queste chiese nuove e per quelle della corte, si mangiarebbeno l'uno con l'altro.


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Navigazioni e Viaggi
Volume Secondo
di Giovanni Battista Ramusio
pagine 1307

   





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