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      L'Indiane spezialmente lo macinano in una pietra alquanto concava, con un'altra tonda e longa che tengono in mano, a forza di braccia, come sogliono i pittori i loro colori macinare; e nel macinarlo di tempo in tempo vi gettano acqua, di modo che ne vengono a fare in maniera d'una pasta, della quale tolgono un poco, e ne fanno una torta grossa due o tre deta, e la ravvolgono in una fronda del medesimo maiz o in un'altra simile e lo cuocono; e quando lor pare che sia cotto lo cavano fuori e lo mangiano. E se non vogliono cuocerlo l'arrostono su le bracie o presso; e si viene ad indurare e fassi come pane bianco, e fa di fuori una corteccia e dentro una medolla alquanto piú tenera della scorza. Lo tolgono dalla fronda nella quale involto l'hanno per cuocerlo, e lo mangiano alquanto caldo e non freddo del tutto, perché quando è freddo non ha cosí buon sapore né si può ben masticare; e quanto è piú freddo piú si fa secco e aspro. Questo pane cotto o arrostito non si mantiene piú che due o tre dí, perché dapoi si putrefa e non è buono a mangiare, e né anco per li denti; e per questo forse gl'Indiani hanno denti cattivissimi e sozzi, e non gli ho io veduti peggiori a nazione del mondo.
      Nella provincia di Nicaragua e in altre parti di terra ferma sono maizali come quelli che ho detto; e del maiz si fanno certe torte grandi, sottili e bianche, l'arte delle quali venne dalla Nuova Spagna, cosí in Messico come dalle altre provincie sue, delle quali si vederanno gran cose e notabili nella seconda parte di queste istorie.


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Navigazioni e Viaggi
Volume Quinto
di Giovanni Battista Ramusio
pagine 1260

   





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