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      Essi la moltiplicano trapiantandola dalle foreste, o seminando in appositi vivai il frutto maturo: del resto ha vita assai più breve che nell’America tropicale, è più trascurata la coltura, sì che presto le erbe aduggiano la pianta, e dopo cinque o sei anni bisogna sostituirla. Anche il grano, nel lungo ed imperfetto processo di disseccamento, acquista un gusto acre, causa la fermentazione attirata dall’umidità di alcuni grani non interamente maturi, per l’affrettato raccolto. Il Caffa è anche la patria dell’ogghiò, il cardamomo del Sudan, che cresce spontaneo e rigoglioso nei boschi. I Caffecciò lo coltivano sottraendolo ai torridi soli sotto vaste piantagioni di musa ensete, in terreni umidicci, e ne usano i semi a condire le vivande. Coi diaframmi del frutto fanno pallottole che si cacciano nelle nari per liberarsi coi frequenti sternuti del mal di capo. Nei paesi ottomani questo frutto è assai ricercato per la preparazione del the e del caffè.
      Il Cecchi non esita a dichiarare che l’impero del Caffa è il più ricco di tutti questi paesi. In diretta comunicazione coi regni di Cullo, Uallamo e Contà, per mezzo dei quali traffica colla costa dei Somali, collegato dalle carovane a Metammeh, Suakin, Massaua, coll’Abissinia e con Zeila, il Caffa è l’emporio principale di tutti i commerci che si effettuano da Suakin a Brava, dal Galabat ai Sidama. Oltre al caffè ed all’ogghiò, se ne esportano avorio e zibetto, ed il mercato principale tiensi ogni quattro giorni a Tiffa, non molto lungi dalla capitale Bonga.


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Nuova Geografia Universale. La Terra e gli uomini
Volume X parte I - L'Africa settentrionale
di Elisée Reclus
Editore Vallardi Milano
1887 pagine 1017

   





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