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      Il nostro non è paese che possa, senza profonde alterazioni, rassegnarsi a lunghi letarghi di civiltà, come le sconfinate pianure iperboree gli alidi terrazzi delle sierre iberiche, o i piatti clivi e le acque lente della Francia e della Bretagna; non è una regione geometrica, che guidi o trascini l'uomo al lavoro; è una terra educabile, ma irrequita e capricciosa, che se non si raggentilisce con assidue cure, se non si ammansa coll'improbo lavoro, dà nel disordinato e nel selvaggio
      .(15)
      Certamente in nessuna maniera potrà cessare il movimento di emigrazione degli Italiani, che se in parte, per trascuranze e viltà di governi e, per ignoranza e imprevidenza di cittadini, è massima vergogna nostra, in parte è anche ricchezza, gloria, potenza civile. Troviamo infatti lavoratori italiani in quasi tutto il mondo, nelle ferrovie della Russia e in quelle del Senegal, nei cantieri giapponesi e nelle costruzioni delle nuove città americane, nelle fabbriche di Vienna e nelle officine francesi, nelle miniere della Westfalia e del Belgio e sui campi del Transvaal, del Brasile, dell'Argentina. Ma prediligono specialmente i tre Stati vicini, Francia, Svizzera, Austria, a cercarvi lavoro, e recare più o meno presto alla famiglia i sudati risparmi. Altri emigrano più lontano, specie nelle Americhe, senza il deliberato proposito di ritornare. Ospitano quei tre Stati intorno a centomila lavoratori italiani tutti gli anni, e si trovano specialmente nelle opere ferroviarie o edilizie, nelle officine, laboriosi, sobri, talvolta, pur troppo, ribelli all'autorità ed alla legge, ma più per l'abbandono in cui sono lasciati dal patrio Governo e per l'avversione che suscitano con la concorrenza sul mercato del lavoro; partono a primavera, specie dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto, e tornano quando la terra si copre di neve e diventano impossibili i lavori all'aperto e le opere murarie.


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Nuova Geografia Universale. La Terra e gli uomini
Volume V - Parte seconda - L'Italia
di Elisée Reclus
Società Editrice Libraria Milano
1902 pagine 794

   





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