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      E chi non sa che quanti si recano a vederlo, siano dotti o indotti, sentono nascere entro sè stessi tal senso di ammirazione, che non dubitano di annoverarlo fra le fabbriche le più stupende, che si possono in qual siasi luogo ammirare?
      La festa del Redentore continuò ad essere sempre considerata come sacra e solenne, ed ogni anno si costumò di rinnovarne le cerimonie. Ma in progresso di tempo si meschiò alcun poco di profano. La facilità offerta da questo straordinario e inusitato ponte di passare da una all’altra parte per diffondersi sulle rive e ne’ giardini della Giudecca, onde respirare il fresco sotto de’ pergolati, invitava il popolo a godere tutta la notte della festa, e come a Venezia chiamasi, della sagra del Redentore. Tosto si videro, a somiglianza di quella di Santa Marta, le strade, le fondamenta, i giardini empiti di quelle cucine ambulanti, e di quelle cene semplici e gaie, nelle quali nulla aveavi che turbasse l’innocente piacere. Bello era il vedere brigate di artigiani, di operai, di gondolieri colle lor mogli e figliuoli, frammiste a crocchi di dame e cavalieri, o adagiate sull’erba, o sedute a rozzi deschi. Eguale in tutti era la letizia, eguali i cibi; il pollo arrosto era in quella sera il protagonista delle cene. Ognuno approfittava con vera soddisfazione di un’eguaglianza, che accresceva la felicità comune.
      In oggi cessò la bella solennità; gl’incentivi scemarono, e con questi quasi sparirono il concorso e le cene; pure alcuni resti si vedono ancora. E come no?


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Origine delle feste veneziane
(6 volumi)
di Giustina Renier Michiel
Tipografia Lampato Milano
1829 pagine 712

   





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