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      Il modo con cui Mazzini tentava concentrare le forze operaie e asservirle - legate mani e piedi - al suo sistema «soporifero», rappresentava, per certo, un colpo da maestro.
      Mazzini - scrive dunque Bakunin - ha affermato che nell'Internazionale non è salute perché o condurrà all'anarchia o condurrà al dispotismo di un centro. Ma non vuole egli stesso giungere a governare dispoticamente la massa operaia italiana? Se il progetto mazziniano si effettuasse, si avrebbe un «Mazzini dittatore e nelle sue mani tutta la classe operaia d'Italia debitamente imbavagliata, paralizzata, annichilita a pro' della commissione direttiva, diretta da Mazzini» (p. 21). Il Congresso di Roma tende a rassicurare la classe abbiente del paese sui veri fini del moto operaio; Mazzini si è costituito interprete di questa classe abbiente che già vede minacciati i suoi capitali (raccolti, secondo l'ingenuo Mazzini, «talora per eredità, piú spesso dal lavoro») e compie cosí bene il suo ufficio che, fin quando durerà la sua direzione del moto operaio, «la borghesia potrà dormire tra due guanciali tranquillamente» (p. 19). Al proletariato, schiavo come prima, non resterà altro sollievo che «le lettere di cambio che Mazzini gli darà per il cielo» (p. 19). Dopo il Congresso di Roma, che resterà da fare alle società operaie? «Potranno ben divertirsi nell'esercizio, come pel passato, di un po' di mutuo soccorso, e di saggi di produzione e consumo che finiranno col disgustarli d'ogni associazione» (p. 22).
      Mazzini è un tipico autoritario; vuole il bene del popolo, ma preferisce imporgli lui quello che egli crede sia il suo bene; il suo motto dovrebbe essere: «tutto per il popolo; niente dal popolo». Si fa però sorprendere in perpetua contraddizione: afferma per esempio la necessità di una classe dirigente (borghesia) - ossia di una classe sfruttatrice delle altre - e poi pretende che essa non sfrutti il popolo e le raccomanda instancabilmente moderazione e disinteresse.


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Mazzini e Bakunin
di Nello Rosselli
pagine 458

   





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