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      A questa insofferenza morale si accoppiava una crescente insofferenza d’ordine intellettuale contro il marxismo dogmatico e materialista, e piú ancora contro le posizioni mentali e culturali che distinguevano gli esponenti massimi del socialismo ufficiale e lo stesso partito.
      La nuova generazione tutta idealista, volontarista, pragmatista, non capiva il linguaggio materialistico, positivistico, scientificistico dei vecchi. I quali, anziché sforzarsi di penetrare le ragioni intime di questa reazione, si chiusero in una incomprensione cieca e settaria, e irrisero i nuovi atteggiamenti, negando a priori un socialismo non positivistico e definendo semplicisticamente i filosofi idealisti servi della borghesia. Già dal Congresso di Roma si era dichiarato solennemente che il programma portava «l’impronta specifica del socialismo democratico e positivista», cosicché l’aderirvi significava implicita accettazione di quella determinata filosofia. Accanto alla tessera amministrativa si richiedeva la tessera filosofica: e chi non avesse avuto tutti i timbri in regola, chi non avesse mostrato di nutrire ammirazione piena per Comte o Spencer, Darwin o Ardigò, eran tirate d’orecchi, larvati boicottaggi, denegata cittadinanza, finché l’interessato, sentendosi pesce fuor d’acqua, filava via verso piú aereati lidi e vasti orizzonti. E almeno la posizione intellettuale della vecchia generazione fosse stata salda, fresca, professata con vera passione e profonda convinzione. Mentre era tutta rosa e corrosa da una critica sostanziale di cui la gioventú era perfettamente consapevole.


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Socialismo liberale
di Carlo Rosselli
pagine 184

   





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