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      Era il caso di domandare non già la scrupolosa giustizia, ma una sentenza in via di grazia. Donna Paola parlò con eloquenza, la Gaudenzi sparse lagrime abbondanti; il conte Palavicino si sentì commosso, e quantunque veramente uscisse dalle sue attribuzioni, perchè l'autorità del Senato nelle vertenze civili e criminali era superiore a tutti, pure, trattandosi che l'ordinanza era sua, che forse aveva abbondato nella pena, mandò per un di più a chiamar di nuovo il Presidente del Senato e lo interrogò, ma affermativamente, se si potevano ridurre i sei mesi a due soli, e senza aspettar risposta, gli mise tra mano il rescritto, e lo pregò a dargli corso incontanente. Il presidente mostrò il rescritto in Senato, alcuni senatori strepitarono; altri, e forse n'avevano la loro ragione, applaudirono; il conte Gabriele Verri, che secondo l'indole sua avrebbe dovuto strepitare più di tutti, perchè guai a toccargli l'onnipotenza dell'autorità senatoria, non disse nè sì nè no, e finse d'aver tutt'altro per la testa; onde trionfò il partito dell'indulgenza e, invece di protestare contro quel rescritto com'era stato il pensiero di alcuni senatori, ne fu tosto spedito al Criminale la determinazione in estratto, perchè il capitano provvedesse a darle esecuzione.
      E giacchè abbiamo toccato del Capitano di giustizia, non possiamo tralasciare di tener dietro ai preliminari del processo contro il lacchè Andrea Suardi, detto il Galantino, e ciò innanzi di gettarci fra i personaggi che da Milano passarono a Venezia; perchè abbiam bisogno di dar prima qualche cenno intorno alla pratica criminale nel ducato di Milano e di conoscere qualche accidente dell'interrogatorio fatto subire al lacchè, per essere poi in grado di dare giusto valore a ciò che accadrà in seguito.


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





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