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      Si recarono dunque in compagnia dei loro padrini al confine dell'estuario veneto, e là da veri gentiluomini che dovevan ferirsi senza aver nemmeno nè il bene nè il male di conoscersi, si apprestarono a incrociar le spade, fermo dagli arbitri che la sfida dovesse essere, secondo la più generale consuetudine, a primo sangue; il quale, secondo Rousseau, è il modo più assurdo di duello, più assurdo del medesimo duello all'ultimo sangue. Perchè, diceva esso in uno di que' suoi impeti di generosa facondia, al primo sangue?... gran Dio! e che vuoi dunque tu fare di questo sangue? beverlo forse, o bestia feroce? Ma questo primo sangue eruppe con un lieve zampillo dalla clavicola sinistra del conte V... a fargli rossa la bianca lattuga che gli usciva dal panciotto; zampillo lieve di più lieve ferita e che fu giudicata un nonnulla dal chirurgo ch'era presente.
      Ma non può immaginarsi il lettore come riuscisse profondissima la ferita che ricevette l'orgoglio del conte, e l'ira che provò contro la fortuna, la quale diede la vittoria al suo giovane avversario, di gran lunga inferiore a lui nel maneggio della spada. Quell'ira però dovette chiudersela in petto, perchè le leggi della cavalleria non permettevano che, compiuta la prova dell'armi, si facesse il viso dell'armi all'avversario, al quale doveva anzi cordialmente stringersi la mano.
      Adempiuto pertanto alle prammatiche posteriori al combattimento, il conte V... e il giovane Emo e i padrini e il chirurgo ritornarono tutti a Venezia.
      Il conte entrava nella laguna che facevano le tre ore di notte.


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





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