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      Nel torbido adunque si pescava chiaro; e il sinedrio dei divoratori sedeva a tavola con formidabili ganascie, mentre i loro commessi entravano dappertutto insolentemente a metter sossopra merci, masserizie, mobiglie, per cercare quel che talvolta non c'era, e spesso per avere l'occasione di metter l'indulgenza a caro prezzo.
      Una tale tempesta imperversò, come dicemmo, in quell'anno 1754 più ancora degli anni addietro, al punto da costringere i cittadini a perdere la pazienza.
      In poco spazio di tempo, dice il cronista di sant'Ambrogio ad Nemus, la città in ogni ordine di persone si vide tutta contro i fermieri. Non potendo privarsi degli oggetti utili e indispensabili per privare i fermieri del guadagno che ne ritraevano, risolsero di smettere l'uso del tabacco, dal quale appunto ricavava la Ferma il principale provento. Sembra incredibile ma fu vero, continua il cronista, ed in poco più di quattro giorni, tanto nella città capitale che in altre città del Ducato, l'impresa del tabacco rimase quasi del tutto abbandonata. Si bruciarono in piazza mucchi di tabacchiere di legno; quelle d'argento furono mandate in offerta al sepolcro di san Carlo; si stamparono patenti scherzevoli sopra il tabacco, e motti derisorj da mettersi nelle scatole vuote e da inviarsi a chi si fosse pensato di non obbedire al voler generale; si scrissero componimenti poetici, sonetti, scherzi d'ogni sorta che rapidissimamente facevano il giro di tutto il Ducato. All'ingresso dell'Impresa generale del tabacco, situata in Pescheria Vecchia, fu appeso un cartello colle parole cubitali: Bottega d'affittare fuori di tempo; fu gettato un arcolajo tra gli assistenti della Ferma che sedevano in essa bottega, per indicar loro che attendessero a far giù filo, non avendo più occasione di vender tabacco; s'indirizzò da essi una frotta di contadine, venute a Milano per vender filo; di notte s'affiggevano in molte parti della città iscrizioni d'ogni foggia, relative tutte al medesimo oggetto; fu fatta circolare una leggenda erudita contro il tabacco, estratta dalla scuola del Buon Cristiano, stampata nel 1733 dal Marelli; fu diretto un sonetto a sua eccellenza il signor conte don Beltrame Cristiani, capo della Giunta governativa, sostenitore de' fermieri, e mangiatore anch'esso alla buona tavola comune, sebbene, del resto, fosse un egregio ed abile e dotto uomo; le quartine del qual sonetto erano le seguenti:


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





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