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      Di quest'ultima classe, erano alcuni sacerdoti, che, nel lunedì della settimana grassa del 1797, si trovarono, verso il mezzodì, in quella tal casa in Santa Maria Fulcorina; casa che noi non dobbiamo designare esplicitamente, per un riguardo ad uomini morti di recente, consanguinei di persone tuttora vive, e, ci confidiamo, ben pensanti e ben volenti.
      In un ampio salotto, a pian terreno verso corte, stavano, alcuni seduti, alcuni in piedi, da dieci a dodici tra preti e frati, uniti in quel punto in domestichezza, quantunque vi fosse tra loro la discrepanza portata dai diversi gradi della gerarchia ecclesiastica a cui appartenevano. Quei dieci o dodici preti e frati erano tutti in abito secolare completamente nero, col cappello tondo, protetto dall'inevitabile coccarda, incaricata di stornare dalle loro schiene le probabili bastonature della folla capricciosa. Quello di loro che stava seduto nel mezzo, era nientemeno che il vescovo di... di una città non molto distante da Milano, e non era di quelli che la natura, ne' suoi momenti di probità, compone apposta, perchè il mondo esperimentato non rimanga ingannato dalle apparenze; testa grossa, fronte ampia e fatta a cofano, naso corto e quadro, bocca larga, con labbra sottili e in tutto rendente la somiglianza di una sferla fatta con un coltello in una zucca; gli occhi si vedevano, e basta. L'uomo, come vescovo, era giovane, vale a dire non varcava i quarantatre anni; era di corporatura breve, ma densa e pettoruta, con un lieve sintomo di quella rachitide, che distingue i nani tarchiati e petulanti dai gobbi mingherlini e gentili.


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





Santa Maria Fulcorina Milano