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      I
     
      Siamo nel carnevale dell'anno 1810. Anche la storia, in carnevale, assume qualche cosa di giocondo e di rumoroso, per cui, smesso l'eccessivo suo rigore e le sue cautele che non si tranquillizzano se non sugli atti notarili e sui documenti degli archivj aspersi di molta goccia, si fa più sincera, più alla mano, più ciarliera. È un momento prezioso questo di starle ben presso, d'interrogarla e di farla cantare.
      Son corsi dodici anni dagli ultimi avvenimenti a cui abbiamo assistito. Grandi cose sono avvenute in questo intervallo. Prima la repubblica cisalpina si trasmutò attraverso al diaframma degli Austro-Russi e della battaglia di Marengo, in repubblica italiana; poi il 18 brumajo portò di punto in bianco Bonaparte ad essere il padrone del mondo; ed è strano come la fortuna, quasi a vendicarsi della prepotenza onde il genio di lui la ebbe costretta ad impegnarsi al suo servizio, si dilettò di farlo parer minore di sè stesso in quel giorno appunto, quasi volesse mostrare che senza l'ajuto di lei sarebbe forse caduto per sempre; e infatti, allor fu chiaro come il sole che quando essa si fa l'alleata del destino, il male partorisce il bene; gli errori sembrano ardimenti di intelletto; l'ignoranza e l'imprevidenza risolvono problemi non possibili alla ragione calcolatrice. Quell'oca di Berthier scongiurò Bonaparte a tacere, per non provocare l'ilarità ed il disprezzo dei Cinquecento. Quel gallo borioso di Murat, non comprendendo nulla e però facendo entrare i granatieri a bajonetta in canna a far saltar giù dalle finestre i membri rappresentanti la maestà della repubblica, tagliò il nodo inestricabile, e liberò il volo all'aquila di Bonaparte.


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





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