Pagina (1110/1507)

   

pagina


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

      Io amo l'oscurità.
      - Perdonate, conte; ma lasciatemi dire che è l'oscurità dell'orgoglio.
      - Siete in errore, altezza. Dite piuttosto: della disperazione.
      - Disperazione... ma di che?
      - Dispero degli uomini e delle cose. Gli eventi che la fortuna onnipotente ha scatenati nel mondo da gran tempo, non appagano la mia natura; nè io ho tanta forza da mettere, per trattenerla, le mie braccia tra i razzi della sua ruota. Se però io vivo nell'oscurità e nell'inazione, S. M. mi deve ringraziare.
      - E perchè?
      - Perchè sarei pericoloso se operassi. Pericoloso a lui, pericoloso alla patria.
      - Non vi comprendo.
      - Vi dirò tutto. Ancora io dubito... se le mie opinioni avessero raggiunta la certezza, io sarei già stato un ribelle. Così versando ancora e nell'incertezza e nell'investigazione affannosa di chi cerca e ancora non trova, faccio atto di sapienza a star celato in casa nell'aspettazione della parola estrema che mi spieghi tutto il passato; nell'aspettazione dell'ultima pagina, in cui sia consegnata la prova e la riprova dell'idea madre di tutto il libro. Se domani io potessi convincermi che il costrutto architettonico dell'edificio napoleonico è perfetto, io sarei il più operoso capomastro dell'architetto sovrano. Spero, altezza, che voi mi saprete grado della mia sincerità. Io non potrei mai essere uno strumento nella mano di chi non comprendo.
      Se il lettore è stato attento alle parole del conte Aquila, si sarà accorto come il disegno del suo edificio, ch'egli improvvisò dopo che la sua ambizione venne lusingata dal discorso del viceré, fosse fatto in modo da lasciare l'addentellato per un edificio di tutt'altro stile.


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

   

Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





Aquila