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      - M'intrattenni a lungo con lui. Mi sprigionai; si sprigionò; e quantunque io fossi giovinissimo e di tanto inferiore a lui nell'esperienza e nella dottrina, venne spesso a cercarmi, e si degnò molte volte di parlar meco a lungo. Fu in una di queste volte che, discorrendo, tra le altre cose, della condizione della letteratura in Italia, mi fe' cenno di quel suo lavoro del quale abbiamo parlato alquante pagine addietro. - Pregato e ripregato, mi diede un dì a leggerne gli sparsi frammenti. - Che originalità, che grandezza, che vastità, che sentimento! Io passavo continuamente dalla meraviglia al dolore, dal dolore alla meraviglia; perchè, esaltandomi in una sfera altissima di bellezze, consideravo poi che, per la condizione infelice dell'animo suo, non gli sarebbe mai stato possibile, com'egli disse molte volte, di condurre a termine quel lavoro.
      La sventura lo aveva percosso in modo, che il dolore per lui erasi fatto natura. Bensì, facendo uso di liquori generosi, con abitudine che pareva toccare il soverchio, talvolta assumeva l'apparenza della giocondità, che si espandeva in un profluvio d'epigrammi. Ma, di tratto, a una svolta inattesa di qualche parola che gli facesse risentire la fitta del dolore inclemente, si concentrava in sè stesso, si faceva cupo e taciturno, e qualche volta dava anche in lagrime dirotte. - Un dì, essendogli ciò avvenuto in mia presenza: - Non vi faccia meraviglia, mi disse; è questo una specie di vomito morale che, prorompendo dagli occhi a furia, permette poi allo spirito di rifarsi alquanto, e di respingere la tentazione del suicidio.


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Cent'anni
di Giuseppe Rovani
pagine 1507

   





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