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      La mattina seguente la Margherita venne di buon'ora, e fattomi alzare, mi condusse alla mia prigione, da cui non ero liberato che all'ora di andare a letto, ed ella stessa mi accompagnava fino in camera. I giorni succedevano ai giorni; passò una settimana, e per me non c'era speranza di cambiamento. Questo mi stringeva il cuore. Gli stimoli della fame che provavo continuamente per quel poco di pane e di minestra che mi veniva somministrato, erano abbastanza penosi; pure li sopportavo. Gli accessi di terrore che mi assalivano verso sera, quando l'oscurità si addensava nel mio bugigattolo e sapevo che nessuno era in casa, accessi di terrore che mi provenivano da strani e misteriosi rumori intorno a me, erano una prova angosciosa, ma di poca durata. Quello che non cessava mai, che superava la mia rassegnazione, che mi rendeva oltremodo infelice, era un continuo, pungente, profondo tedio, che mi rodeva nel più vivo del cuore e mi consumava a poco a poco. Sedere là tutto il giorno, solo, senza lezioni, senza l'abate, senza libri, senza conversare con anima viva, quale indicibile tortura! Quegli stessi rumori, che prima mi spaventavano tanto, erano da me desiderati, perché mi riuscivano di sollievo. Almeno per qualche istante l'angoscia della paura mi liberava da quella più atroce del tedio. Eppure non avevo da dire che una sola parola per essere messo in libertà, ma io questa parola non la volli dire. Nella parete, che divideva la mia prigione dal salotto da pranzo, era una piccola inferriata, attraverso alla quale si poteva sentire ciò che si diceva nel salotto.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





Margherita