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      Più d'una volta avevo udito il canonico accennar chiaramente, durante il desinare, che sarei stato perdonato purché avessi chiesto perdono. Io però ero stato tanto irritato per quei trattamenti da non indurmi a chiederlo; sicché le parole dello zio non ebbero nessun effetto. I miei pensieri avevano preso tutt'altra piega; nel mio cervello si succedevano confusamente l'uno all'altro i disegni di fuggirmene a Genova. Una notte giunsi fino alla porta di casa, stesi la mano alla serratura, ma il cuore mi mancò: era tanto buio fuori!
      Un giorno, l'undicesimo della mia prigionia, dopo un lungo e secreto bisbiglio tra la Margherita e il canonico, sentii che il secondo disse ad alta voce: "Queste acciughe sono una delizia; ne manderei qualcuna a quel povero ragazzo di là; so che gli piacciono molto". A queste parole il mio cuore s'aperse alla gioia, non tanto per le acciughe, quanto perché il regalo inaspettato significava disposizioni migliori verso di me. In quel mentre la Margherita aperse l'uscio della stanzuccia, e avvicinatasi, mi pose innanzi un piatto di lische! Fu uno scherzo crudele. Non dissi parola, ma dentro di me giurai che il giorno dopo sarei fuggito; e vile se non l'avessi fatto! E lo feci davvero. Non mi spogliai per tutta la notte, e allo spuntar del giorno zitto e cheto presi il volo per Genova.
      Eravamo di settembre, e il tempo era bellissimo. Io facevo allegramente la strada, riposandomi di tanto in tanto. Sul mezzogiorno, vinto dal caldo, m'addormentai profondamente in un campo vicino alla strada.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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