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      Quando vi giunsi ero così sfinito e abbattuto, che appena ebbi la forza di tirare la corda del campanello. Dubitai se sarei stato ricevuto dai miei genitori, oppure cacciato via come un impostore: tanto ero sfigurato! Fui però ricevuto amorevolmente; ed io non posso ridire qual sollievo provassi nel sentirmi tra le braccia di mia madre e nel potermi sfogare nel seno di lei, scoppiando appassionatamente in lacrime.
      Le affettuose carezze e le dolci cure materne mi liberarono presto da quel tristo senso d'abbandono e di mestizia, così poco naturale in un ragazzo, che mi aveva più o meno travagliato per due anni interi, e più gravemente nelle ultime quarant'otto ore. Era cosa per me tanto insolita essere amato e curato, ed interessare a qualcuno! Ma pur troppo fu un breve raggio di sole! Cinque giorni dopo, essendo preparata e portata a casa la divisa di collegio, mio padre, che mi aveva trattato molto freddamente e con grande riservatezza, mi disse che stessi pronto la mattina seguente ad andare in collegio. Difatti il giorno dopo m'infilai i calzoni di panno turchino, indossai l'abito del medesimo colore con bottoni dorati e con la scritta: "Collegio Reale"; mi posi in capo il lucernino, e dopo un breve e lacrimoso congedo dalla mamma e dai fratelli, con un gran peso sul cuore, seguii mio padre, che già si spazientiva. Un'ora dopo avevo già varcato la soglia fatale, e mi trovai in presenza di un vecchio prete, al quale fui invitato a baciare la mano, e che, dopo avermi leggermente battuto sulla testa, mi affidò ad un altro prete meno attempato, il quale, attraverso a molti ed intricati corridoi, mi condusse in una sala, mi affidò a sua volta ad un terzo prete, che, dopo aver domandato e scritto il mio nome in un libro, mi dette un quaderno di carta ed una penna.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





Reale