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      Dopo tutto questo, nel ritornare al collegio erano stati condotti (e ciò parrà un sogno) a un caffè! Capisci, o lettore, veramente e propriamente a un caffè! Qual frutto proibitissimo per un collegiale, e perciò desideratissimo, avevano potuto gustare nella contentezza del loro cuore! Sì, furono al caffè, esaminarono la nota dei pezzi gelati e dei vini, ordinarono al tavoleggiante quello che scelsero, presero il ponce, e insomma la fecero proprio da uomini.
      Quel giorno per me così lungo e triste, era passato per il principe come un baleno nella continuata successione di trionfi e di piaceri. Mentre io facevo di tutto per frenare le lacrime del più amaro disinganno, egli era nel centro di ogni godimento che possa un giovinetto sognare nell'ebbrezza della sua fantasia. Ogni parola di quell'incantevole racconto era per me come una goccia d'olio bollente sopra una ferita, e per quanto mi sforzassi di non darlo a conoscere, nondimeno l'invidia e l'irritazione trapelavano fino a un certo punto dalla mia faccia. La mia faccia anche oggi è un testimone dell'animo, né mi riesce in modo alcuno d'infingermi. La natura non mi fece per la diplomazia. "Voi siete molto triste, Lorenzo", mi disse il principe fissandomi ad un tratto. Che bel momento mi si presentava per versare una stilla d'amaro nella tazza della sua felicità! Né io me lo lasciai fuggire, e risposi con dolcezza: "Niente affatto, mio caro; se ho provato qualche pena fu solo per riguardo a voi; ma il vostro racconto me ne ha liberato affatto".


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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