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      La ragione si ribella contro l'idea di una pena così sproporzionata con la colpa; ma pur troppo così andavano le cose in Piemonte nell'anno di grazia 1822.
      Con la perdita d'Alfredo io avevo perduto ogni affetto alla vita del collegio, e i due mesi che ci dovevo ancora restare dopo la sua partenza fecero in me un gran vuoto e mi parvero due secoli. L'unica mia consolazione era il vederlo nei giorni della passeggiata (perché egli non mancava mai di porsi sulla nostra via), lo scambiare con lui poche parole ed una stretta di mano, e l'ammirare la sua bella figura nell'abito di giovinotto.
      Finalmente venne il giorno della liberazione. La distribuzione dei premi fu fatta, secondo il solito, nella chiesa del collegio. L'altar maggiore fu trasformato in una gradinata, su cui ci collocammo, ciascuno in abito di gala con la cravatta bianca e i guanti di cotone bianchi. Gli spettatori, la maggior parte parenti o conoscenti dei ragazzi, sedettero molto fitti nella navata. L'Arcivescovo, il Governatore della Divisione militare e il Presidente del Senato occuparono i primi posti.
      La cantata andò assai bene; il pubblico chiamò fuori due volte i cantanti. Il mio inno alla Provvidenza in versi sciolti, declamato con molt'anima, fu accolto con grandi applausi. Dipoi gli alunni designati a ricevere i premi furono via via chiamati a nome, cominciando dalle classi infreriori. Venne alla fine la classe di Rettorica: "Primo premio di poesia latina, Signor Lorenzo Benoni". Io scesi giù dalla mia alta panca e mi presentai a ricevere una corona d'alloro con alcuni libri dalle mani dell'Arcivescovo, essendo clamorosamente salutato dal pubblico, che già due volte mi aveva veduto recitare e cantare.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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