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      I processi e le condanne ordunque non colpivano che accusati in contumacia, né facevano male ad altro che a fantocci di paglia. Ma ben diversa era la sorte di alcuni pochi, i quali, confidando o sulla clemenza del Re o sulla loro pochissima partecipazione al moto rivoluzionario, erano rimasti in patria. Perseguitati senza pietà, venivano condannati, quali alla morte, quali alla galera o a lunga prigionia, e le sentenze erano eseguite senza remissione.
      È appena necessario dire che la gioventù delle Università era stata delle prime a mescolarsi nella rivolta; e a Torino specialmente fu un pugno di studenti (sia detto a loro onore), che secondati da una compagnia di militari, erano stati autori del moto nella capitale. Quando accadde il rovescio, gli studenti, furono trattati come tutte le altre classi dei cittadini, vale a dire, quelli che non potevano mettersi in salvo, furono perseguitati, presi e condannati. Ma questa vendetta non bastava all'ira del Governo. Gli studenti in generale avevano mostrato ciò che nel gergo d'allora si chiamava pessimo spirito; quindi, per colpirli tutti insieme, le Università di Torino e di Genova furono chiuse.
      Questo stato di cose non poteva durare per sempre. Vi sono tali assurdità, innanzi a cui un Governo sia quanto si vuole assurdo, è costretto a ritirarsi. Gl'interessi di troppe famiglie erano danneggiati dal prolungare una misura che ai giovani chiudeva la via ad ogni professione liberale. Fu perciò sentita, dopo qualche tempo, la necessità di togliere quell'interdetto.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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