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      Ma era padre di famiglia e gli premeva l'impiego piuttosto lucroso. Perciò era obbligato a piegarsi al vento che tirava, cioè ad essere aspro ed altero nel trattare cogli studenti. Questa era la regola, come presto mi accorsi; sicché tutti coloro che avevano a che fare cogli scolari, dai Commissari della Deputazione per l'istruzione fino ai bidelli ed ai portieri, dovevano fermamente conformarvisi. Ognuno avrebbe creduto che noi fossimo esseri di un ordine inferiore, vedendo che tutti potevano e dovevano trattarci malamente. "Gli studenti debbono esser tenuti bassi" era la frase sacramentale che giustificava ogni specie d'indegnità; e quei pochi tra i professori, che pur ve n'erano, i quali ci trattavano con un po' di discrezione, erano notati su in alto come autori di un cattivo esempio, contrario al sistema dell'utile disciplina.
      Quanta pena, trepidazione, perdita di tempo, pazienza, ed anche quante bugie mi costarono quei benedetti certificati, specialmente il quinto ed il sesto, Dio solo lo sa! Naturalmente il parroco non poteva sapere se avessi assistito alle funzioni religiose, e perciò dovette credere alla mia parola. Il confessore bisognò che facesse lo stesso. Dovevo forse dir loro: "No, non sono stato alle funzioni, non mi sono confessato tutti i mesi", e chiudermi così volontariamente le porte dell'Università? Soffocai la voce della coscienza, ed ebbi i due certificati. Li presi con un sentimento di vergogna e di confusione, come se li avessi rubati. Possa questo rimorso intercedere per me!


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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