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      M'aspettavo una fredda accoglienza; ma tutt'altro. Al mio entrare si alzò precipitosamente per farmi un inchino, e in quel mentre sdrucciolò. Io stesi la mano per ripararlo. "Non v'incomodate, caro signore", mi disse, "che, grazie a Dio, mi reggo ancora assai bene in gambe." Queste parole accompagnate da un certo sguardo, furono piuttosto sogghignate che articolate. "E come sta vostro padre, quella degna persona, uno de' miei migliori amici?". S'era tolto il berretto e mi fece mille scuse prima di rimetterselo. "Il fatto si è che io sono un po' più vecchio di voi, mio caro signore, e i miei capelli se ne vanno (se n'erano già andati): ih! ih! ih!". E di nuovo si mise a sogghignare. Io conoscevo abbastanza il mio interlocutore perché non tremassi di una accoglienza così compita.
      L'esame delle carte ebbe principio. Io sedevo dirimpetto al signor Merlini, ed osservavo che ogni qualvolta mi rivolgeva la parola si poneva in proposito la mano sulla benda del berretto, come per fare un doppio riparo agli occhi. Mi spiegò dipoi la ragione di questo atto invitandomi con molte scuse ad andarmi a sedere alla sua destra. "La mia vista è così debole, e voi avete all'abito certi bottoni così luccicanti che mi barbagliano veramente"; ed il suo riso sardonico gli increspò per la terza volta le guance. Questo era un mezzo termine per farmi intendere che l'etichetta richiedeva l'abito nero nel far visita ad un Commissario, ed io ne indossavo uno turchino. Il signor Merlini aveva gli occhi d'una lince e gli orecchi d'una lepre; ma aveva la fantasia di fingersi sordo e losco: era un capriccio tutto suo proprio; ma ognuno ha i suoi capricci.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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