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      Perciò ci ritirammo, dichiarandogli che fra poco avrebbe avuto nostre notizie.
      Il giorno dopo tenemmo consiglio tra noi, e fu risoluto che si dovesse fare querela presso il Governatore della città e chiedergli la prigionia del sergente. Poiché la legge proibiva, sotto pene severe, che i soldati sfoderassero la daga, così, nella nostra semplicità, non avevamo dubbio alcuno che avremmo ottenuta soddisfazione. Ma sarebbe stato prudente, pensammo, a presentarci in dieci o dodici, o non sarebbe miglior partito mandare alcuni di noi che si querelassero a nome di tutti? I pareri erano discordi su questo punto; perciò vi fu chi propose di sentire il parere di Fantasio, che abitava vicino. Detto fatto, Fantasio ci ricevette con molta cordialità, partecipò alla nostra indignazione, e si profferse di andar anch'egli; la qual profferta fu da noi subito con gran piacere accettata. Io fui scelto in secondo luogo, e in terzo il giovine stesso che aveva corso il più gran pericolo di sperimentare la brutalità del sergente. Andammo per ben quattro volte nel corso della giornata al palazzo del Governatore, senza poter ottenere un'udienza. Una specie di Segretario, che finalmente ci domandò qual fosse l'oggetto della nostra venuta, ed al quale raccontammo il tutto senza esitazione, osservò che la cosa non competeva a Sua Eccellenza, ma al Comandante della piazza, dal quale specialmente dipendeva la guarnigione. Questo ufficiale, un rozzo e brutale soldataccio, ci ricevette in piedi, e nei cinque minuti di udienza che ci accordò non seppe dir altro che il militare doveva essere rispettato; che se noi credevamo d'essere i padroni della città, c'ingannavamo assai.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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