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      Forse v'era un che di affettazione nel suo vestire sempre di nero; il suo abborrimento per i solini scoperti aveva certamente dell'esagerato, ma, nell'insieme, era un nobile giovine.
      Debbo a lui se ho letto e gustato Dante veramente. Più e più volte, prima di aver fatta la conoscenza di Fantasio, avevo presa la Divina Commedia con la ferma intenzione di leggerla da cima in fondo, ma presto fui scoraggiato dalle difficoltà; avevo abbandonata l'impresa, contentandomi solo di leggere quei tratti del gran poema che sono più famosi e più popolari. In una parola, avevo cercato in Dante il solo divertimento. Fantasio m'insegnò a cercarvi il modo d'istruirmi e di nobilitare le mie facoltà. Ed io bevetti a larghi sorsi a quella sorgente di profondi pensieri e di generosi sentimenti; e fin da quel tempo il nome d'Italia, che così spesso ricorre nel poema, diventò sacro per me e destò i palpiti del mio cuore. Noi leggevamo insieme i passi più oscuri. I commenti di Fantasio erano piuttosto speciosi che profondi; ma io ero in una età in cui lo specioso irresistibilmente seduce e trascina.
      A quel tempo la guerra tra i classici e i romantici era nel suo maggior fervore, l'inchiostro correva a torrenti. Le passioni, non potendo sfogarsi nel campo vietato della politica, si cozzavano nel campo della letteratura. I partigiani del classicismo erano i codini delle lettere, i campioni dell'autorità, che giuravano nelle parole d'Aristotile e d'Orazio, fuori della cui chiesa non c'era salute: l'imitazione degli antichi era la loro fede.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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