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      Per altro ci offerse i suoi servigi e la sua cordiale cooperazione, in modo da essere un utile anello di congiunzione tra noi e i Carbonari, nel caso che questi si rimettessero all'opera.
      Non vi fu alcuna difficoltà, a trasformare i federati in associati. Nove su dieci si unirono volonterosi alla nuova setta. La scelta d'un simbolo repubblicano incontrò poche difficoltà, o quasi nessuna. Se un simbolo ci doveva essere, si concordava anche dai fautori della monarchia costituzionale esser necessario che fosse il repubblicano. La monarchia rappresentativa non aveva allora un candidato accettabile per la corona d'Italia.
      Naturalmente l'orgoglio nazionale escludeva un monarca straniero; e il passato di tutti i principotti italiani era tanto cattivo e antinazionale, che nessuna persona di buon senso avrebbe mai pensato di offrire a qualcuno di loro la corona italiana. Del papa non c'era neanche da discorrere. I Borboni di Napoli, a tacere che non erano avuti per italiani, dopo lo spergiuro di Ferdinando I che aveva data la Costituzione nel 1820 e poco dopo l'aveva ritolta, non avevano più credito ed erano tenuti in conto di veri truffatori di mestiere. Nello stesso concetto era il Duca di Lucca, come Borbone. Il Granduca di Toscana era un austriaco; austriaco di cuore, se non di sangue, il Duca di Modena, la cui indole mite gli aveva fatto dare il soprannome di Boia. Il già Principe di Carignano, allora re di Sardegna col nome di Carlo Alberto, non aveva a quel tempo alcuna popolarità. I piemontesi, e per verità tutta la penisola, avevano salutato il suo innalzamento al trono, avvenuto sei mesi innanzi, con le più belle speranze.


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Lorenzo Benoni ovvero scene della vita di un italiano
di Giovanni Ruffini
pagine 471

   





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