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      Le riunì per bene, le fasciò con un lembo della sua camicia, unico indumento che ancora teneva indosso, oltre la fascia sostenente il kriss.
      — Guarirò — mormorò egli quand'ebbe finito, e pronunziò quella parola con tanta energia da credere quasi che egli fosse l'arbitro assoluto della propria esistenza. Quell'uomo di ferro, quantunque abbandonato su quell'isola, dove non poteva trovare altro che nemici, senza un ricovero, senza risorse, sanguinante, senza una mano amica che lo soccorresse, era certo di uscire vittorioso da quella tremenda situazione.
      Bevette alcuni sorsi d'acqua per calmare la febbre che cominciava a prenderlo, poi si trascinò sotto un arecche le cui foglie gigantesche, lunghe non meno di quindici piedi e larghe cinque o sei, proiettavano all'intorno una fresca ombra. Vi era appena giunto che si sentì mancare nuovamente le forze. Chiuse gli occhi che roteavano in un cerchio sanguigno e dopo d'aver tentato, ma invano, di mantenersi ritto, cadde fra le erbe rimanendo immobile. Non si riebbe che molte ore dopo, quando già il sole dopo d'aver toccato l'ostro, scendeva verso occidente.
      Una sete bruciante lo divorava e la ferita non più rinfrescata, gli produceva dolori acuti, insopportabili.
      Cercò di rialzarsi per trascinarsi fino al ruscelletto, ma subito ricadde. Allora quell'uomo che voleva essere forte come la fiera di cui portava il nome, con uno sforzo potente, si rizzò sulle ginocchia, gridando quasi in tono di sfida:
      — Io sono la Tigre!... A me mie forze!...
      Aggrappandosi al tronco del betel, si rizzò in piedi e, mantenendosi su per un prodigio d'equilibrio e d'energia, camminò fino al piccolo corso d'acqua, sulla cui riva ricadde.


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Le Tigri di Mompracem
di Emilio Salgari
pagine 343

   





Tigre