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      La sua prua tagliava rapidamente le acque, che scintillavano al chiarore dell'astro notturno e il vento portava fino al praho il fragore delle ruote mordenti i flutti.
      — Vieni, vieni, maledetto da Dio! — esclamò Sandokan sfidandolo colla scimitarra, mentre coll'altro braccio cingeva la fanciulla. — Vieni a misurarti colla Tigre, di' ai tuoi cannoni di ruggire, lancia i tuoi uomini all'abbordaggio: io ti sfido!
      Poi volgendosi verso Marianna che guardava ansiosamente il legno nemico che guadagnava via:
      — Vieni, amor mio — le disse. — Ti condurrò nel tuo nido dove sarai al riparo dai colpi di quegli uomini che fino a ieri erano tuoi compatrioti e che oggi sono tuoi nemici.
      Si arrestò un istante fissando sul piroscafo, che forzava le macchine, un bieco sguardo, poi condusse Marianna nella cabina.
      Era questa una stanzetta arredata con eleganza, un vero nido. Le pareti sparivano sotto un fitto tessuto orientale e il pavimento era coperto da soffici tappeti indiani. I mobili ricchi, bellissimi, di mogano e di ebano intarsiati di madreperla, occupavano gli angoli, mentre dall'alto pendeva una grande lampada dorata.
      — Qui i colpi non ti raggiungeranno, Marianna — disse Sandokan. — Le lastre di ferro che coprono la poppa del mio legno saranno sufficienti per arrestarli.
      — Ma tu, Sandokan?
      — Io risalgo sul ponte a comandare. La mia presenza è necessaria per dirigere la battaglia se l'incrociatore ci assalirà.
      — Ma se una palla ti colpisse?
      — Non avere questa paura, Marianna. Alla prima scarica lancerò fra le ruote del legno nemico tale granata da fermarlo per sempre.


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Le Tigri di Mompracem
di Emilio Salgari
pagine 343

   





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