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      Spuntava la luce; e molti Numidi, nessuna ostilità paventando, uscivano della città; quando repentinamente Mario a tutta briglia spinge i cavalli verso le porte di Capsa per impadronirsene, facendoli tosto seguire dai più spediti fanti. Rapidamente egli stesso vien dietro con l'esercito intero, al quale inibisce ogni preda. Ravvisaronsi tardi i Capsesi: e frattanto, l'imminente pericolo, il terrore grandissimo, l'assalto improvviso, molti già dei lor cittadini colti fuor delle mura dai nemici; tutto in somma gli astringe ad arrendersi. La città fu incendiata; trucidati i fanciulli; gli altri Capsesi tutti, venduti; il bottino ripartito ai soldati. Tutto ciò, contra gli usuali dritti di guerra; non per avarizia o crudeltà di Mario; ma perchè Capsa, troppo importante per Giugurta ed inaccessibile a noi, volubil gente racchiudeva ed infida, non mai dai benefìzj nè da rigore affrenata.
     
     
      XCII.
     
      Cotanta impresa, senza niun danno ricevere, a felice fine condotta, Mario già grande e famoso, famosissimo rendeva e grandissimo. Le temerità stesse gli vennero apposte a virtù. I soldati, sotto il suo mite imperio arricchitisi, lo innalzavano a cielo: di lui i Numidi tremavano, come d'un Dio: gli alleati finalmente, non men che i nemici, una mente sovrumana prestavangli, o inspirata dai Numi. Incoraggito egli dall'evento, avviasi contro ad altre città: delle poche resistenti s'insignorisce; molte più, pel terribile esempio di Capsa già abbandonate dai loro abitanti, ne incendia: tutto di pianto riempie e di strage.


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C. Crispo Sallustio tradotto da Vittorio Alfieri
di Gaius Sallustius Crispus
1807 pagine 161

   





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