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      Il vescovo della Cava sopranominato si alzò e disse che gl'altri ne avevano parlato, ma non a quel modo; e comminciando a nascer tra li prelati bisbigli, Simoneta fece segno alla Cava che tacesse e con ammonir Aliffe che parlasse al caso, fece quietar il mormorio. E seguitando esso nell'allegazione de' canoni incomminciata, varmiense di nuovo l'interruppe, non parlando a lui, ma facendo un raggionamento formato a' padri sopra la materia, dicendo che gl'eretici pretendono di provare che li vescovi eletti dal papa non sono veri e legitimi vescovi, e che questa opinione è quella che si debbe condannare: ma se li veri vescovi siano instituiti de iure divino o no, nissuna differenza vi è tra gl'eretici e li catolici, e però la questione non pertenere alla sinodo, che è congregata solo per dannar le eresie. Raccordò a' padri che s'astenessero dal dire cose che potessero dar occasione di scandalo e gl'essortò a lasciar queste questioni. Alle parole del cardinale il vescovo d'Aliffe volse replicare, ma Simoneta, con l'aiuto d'alcuni altri prelati, lo quietò, se ben con qualche difficoltà. E parlò dopo di lui Antonio Maria Salviati, vescovo di San Papulo, il quale con discorrere che tutti erano congregati per servizio di Dio e caminavano con buona intenzione, se ben alcuni per un verso et altri per l'altro, e con andar dicendo diverse cose che servivano in parte per accordar le opinioni, ma piú principalmente per conciliar gl'animi, fu causa che la congregazione si finí quietamente e che tra il cardinale et il vescovo passassero parole d'umanità e riverenza.


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Istoria del Concilio Tridentino
di Paolo Sarpi
pagine 1561

   





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