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      35. Gli Indiani ebbero in ogni tempo una attitudine assai notabile per le speculazioni matematiche, e di questa si trovano frequenti tracce nei loro antichi poemi. Nel Ramayana l'avoltoio Sampati490 descrive il suo viaggio, celeste, e la prospettiva della Terra veduta a distanza, con una precisione affatto geometrica; egli narra, che, contemplato il Sole negli spazi del cielo, gli parve eguale alla Terra. Valmiki si mostra qui ben più dotto cosmografo, che Omero. Ma noi dobbiamo aggiungere, che gli Indiani ebbero, nei primi sei o sette secoli dell'èra volgare, una serie di eccellenti matematici, i quali portarono l'astronomia ad un grado non ispregevole di perfezione, seguendo un cammino in parte assai differente da quello d'Ipparco e di Tolomeo. Il più antico fra quelli, onde a noi è pervenuta fama, e ad un tempo il più celebre di tutti, fu Aryabhatta di Pataliputra491, la cui epoca è tuttavia assai incerta, solo potendosi per congettura affermare, che vivesse nel secondo o nel terzo secolo di Cristo. Le sue opere sono in parte perdute, e in parte giacciono ignorate negli scaffali delle biblioteche di manoscritti orientali. Ma il poco che sappiamo di lui mostra che egli ha dovuto essere ad un tempo l'Ipparco e l'Archimede dell'India. Egli è certo che Aryabhatta conosceva la sfericità della Terra, e ne assegnava il diametro in 1050 yodjanas, circa 6930 miglia d'Italia492; valore che si approssimerebbe al vero (il quale è di 6897 miglia) ben più che tutti quelli dei Greci, se la lunghezza dello yodjana impiegata da Aryabhatta fosse veramente quella che qui abbiamo indicato.


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Scritti sulla storia della astronomia antica
Tomo I
di Giovanni Virginio Schiaparelli
pagine 604

   





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