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      Le eclissi di Sole e le occultazioni dei pianeti dietro la Luna e nei raggi solari, fecero presto comprendere come questi astri erano disposti a diverse distanze dalla Terra, e sospesi nell'intervallo che separa la Terra dalla sfera stellata. Per qual forza dunque questi corpi, in apparenza intieramente isolati e descriventi ciascuno un proprio cammino, erano rapiti dal turbine della rivoluzione quotidiana del cielo? In tempi posteriori, Platone, Eudosso ed Aristotele spiegarono questa combinazione di movimenti così diversi, ammettendo che quegli astri erranti fossero incastrati in isfere solide, connesse per mezzo di cardini materiali colla sfera stellata. Per essi il moto diurno di questa rapiva con sè non solo le stelle fisse, ma anche le sfere sottostanti, ed i pianeti portati da queste sfere. Allora i moti propri a ciascuno dei pianeti, compresi il Sole e la Luna, si potevano facilmente dichiarare col mezzo di speciali rotazioni delle sfere interiori, alle quali quegli astri erano invariabilmente connessi. Ma non sembra che questa concezione intieramente meccanica e materiale dei moti cosmici si sia presentata ai primi speculatori: nè, a dir vero, era facile convincersi della necessità di costruire compagini così enormi, per muovere alcuni punti luminosi, quali ai loro occhi apparivano i cinque pianeti. Comunque sia di ciò, è un fatto, che di tali organi materiali non si trova presso i Pitagorici di alcuna età la minima traccia. Pitagora medesimo, o almeno la maggior parte della scuola da lui fondata, assunse a motore dei corpi celesti, non una macchina più o meno complicata, che alla sua volta domandava una forza movente, ma un principio animatore dell'universo, collocato al centro, ed operante a distanza, per mezzo delle leggi dell'armonia e dei numeri.


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Scritti sulla storia della astronomia antica
Tomo I
di Giovanni Virginio Schiaparelli
pagine 604

   





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