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      Ora, posta quest'idea fondamentale, seguiva la necessità di mettere la Terra in movimento, come è facile dimostrare.
      Infatti, se il movimento proprio del Sole, della Luna e dei pianeti lungo lo zodiaco si fosse fatto intorno al medesimo asse di rivoluzione che il movimento diurno, sarebbe stato facile render conto del moto speciale di questi astri, ammettendo per ciascuno una rivoluzione diurna alquanto più lenta che la rivoluzione delle stelle fisse; il movimento di ciascun corpo essendo semplice, una forza movente al centro, operante in varie proporzioni d'intensità, avrebbe bastato a spiegar ogni cosa. Ma poichè il movimento diurno segue il piano dell'equatore, e il movimento speciale dei pianeti segue il piano dell'eclittica, chiaro è, che con una sola forza movente collocata al centro, non era possibile render conto dell'uno e dell'altro. Quindi la necessità di attribuire il moto diurno, che a tutti gli astri fissi ed erranti è in apparenza comune, ad un moto della Terra. Ma un'altra ragione ancora obbligava i Pitagorici ad evitare di attribuire al Sole, alla Luna ed ai pianeti, il movimento composto della rotazione diurna e della rivoluzione secondo lo zodiaco. Infatti, tal movimento composto facendosi con direzione e con velocità continuamente variabili, se in un dato istante esistevano i rapporti armonici delle velocità e degli intervalli; questi rapporti non avrebbero più esistito nell'istante successivo. Era dunque necessario che ogni corpo celeste fosse dotato di un solo movimento semplice ed uniforme, e questo non si poteva ottenere che attribuendo alla Terra quello dei due moti componenti, che a tutti gli astri dalle osservazioni era mostrato comune.


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Scritti sulla storia della astronomia antica
Tomo I
di Giovanni Virginio Schiaparelli
pagine 604

   





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