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      Fino allora ci siamo affaticati, con fredda meditazione del pro e contro, a porre nella miglior luce i motivi dell'una e dell'altra parte, affinchè ciascuno possa agire con tutta la sua forza sulla volontà, quando sarà il momento, e un errore da parte dell'intelletto non abbia per avventura a disviare la volontà, facendo ch'ella si risolva altrimenti da come si risolverebbe quando tutto vi avesse egualmente influito. Ma questo limpido prospettare i contrastanti motivi è tutto ciò che l'intelletto può far per la scelta. La scelta vera esso l'attende con la medesima passività, con la medesima curiosità intenta, come se attendesse quella d'una volontà estranea. Ben possono a lui, dal suo punto di vista, entrambe le risoluzioni apparire come egualmente possibili: questa è appunto l'illusione dell'empirica libertà del volere. Che in modo affatto empirico entra la risoluzione, come un tratto finale, nella sfera dell'intelletto; tuttavia essa proviene dalla natura intima, dal carattere intelligibile della volontà individuale nel suo conflitto con certi dati motivi; e quindi ha forza d'assoluta necessità. In ciò l'intelletto non può altro fare, che lumeggiar da ogni parte e ben chiaro la natura dei motivi, ma non già determinare la volontà medesima; essendo questa a lui inaccessibile, anzi, come abbiamo veduto, insondabile.
      Se un uomo potesse, in pari circostanze, agire una volta in un modo e una volta in modo diverso, ciò significherebbe essersi la sua volontà frattanto mutata; e la volontà starebbe adunque nel tempo, che sol nel tempo può aversi mutazione.


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Il mondo come volontà e rappresentazione
Tomo II
di Arthur Schopenhauer
pagine 368