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      Viceversa con la sua maniera d'agire dimostra ch'egli la sua propria essenza, ossia la volontą di vivere, in quanto cosa in sé, riconosce anche nel fenomeno estraneo, dato a lui esclusivamente come rappresentazione; ritrova in quello se stesso, fino a un certo grado, il grado del non commettere ingiustizia, del non ferire. In questo grado appunto egli penetra di lą dal principio individuationis, dal velo di Maja: considera l'essenza, ch'č fuori di lui, pari, fino a questo segno, alla propria: non fa ingiuria.
      In codesta giustizia, quando la si guardi nel suo intimo, gią si trova il proposito di non andar nell'affermazione della volontą propria tant'oltre, ch'essa neghi gli estranei fenomeni di volontą, obbligandoli a servirci. Si vorrą dunque agli altri tanto concedere, quanto da loro si riceve. Il grado supremo di tale giustizia dell'animo, che sempre nondimeno gią s'accoppia con la bontą vera e propria, il cui carattere non č pił soltanto negativo, arriva fino a porre in dubbio i propri diritti su di un patrimonio ereditato, a voler mantenere il corpo sol mediante le forze proprie, intellettuali o corporali, ad accogliere ogni altrui prestazione di servigi, ogni lusso come un rimprovero, e ad abbracciare da ultimo la volontaria povertą. Cosģ vediamo Pascal, quando prese l'indirizzo ascetico, non poter pił sopportare d'essere servito, sebbene avesse servi a sufficienza; non badando alla permanente cagionevolezza della sua salute, si rifaceva da sé il letto, toglieva egli stesso il suo cibo dalla cucina, e cosģ via (Vie de Pascal par sa soeur, p. 19). In piena corrispondenza con ciņ si narra che taluni Hindł, e addirittura dei Rają, pur possedendo molta ricchezza, questa impiegano solo nel mantenimento della famiglia, della corte dei servi, mentr'essi con rigido scrupolo osservano la massima di nulla mangiare che non abbiano con le lor mani seminato e raccolto.


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Il mondo come volontą e rappresentazione
Tomo II
di Arthur Schopenhauer
pagine 368

   





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