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      E poi prediche e teatri, confraternite ed intrighi amorosi, pranzi e speziali, giuoco di carte e passeggiate in carrozza, sarti e pasticcieri, questi erano gli argomenti di tutto il chiacchierio: or va e parla di queste cose uno che aveva il capo come il mio. Rimanevo ingrognato ad ascoltare. Ma, e qualche fanciulla? Le belle erano occupate, le brutte non mi tiravano: e poi io l’aveva il chiodo.
      Don Domenico, non so come, seppe di quella mia satira, e una sera tiratemi in un’altra stanza segretamente volle udirla: il dabbenuomo se ne mostrò compiaciuto, e per darmi una pruova del suo gradimento invitò mia zia e me a la cena e al pranzo del prossimo Natale.
      La vigilia di Natale pare che sia il finimondo. Nelle piazze le cose da mangiare stanno gettate a cataste e a montagne; i venditori mettono in mostra tutto quello che hanno e si sgolano a gridare: i pescivendoli attaccano una figura di san Pasquale alla sporta del pesce, e con la mano levando in alto un capitone lo mostrano a tutti e gridano come ossessi: gente d’ogni condizione va, viene, compera, porta, s’affanna: i zampognari suonano continuamente e t’assordano: chi t’incontra per via ti dà il Buon Natale, e se è povero vuole la mancia: le donnicciuole mettono in pegno le materasse per avere il pesce e le altre cose richieste dalla santa giornata: insomma s’ha a mangiare e pigliare un’indigestione in onore del santo bambino, e se mangi come gli altri giorni non ci credi. Non pure nelle chiese, ma in ogni casa i fanciulli, le donne, gli uomini devoti fanno il presepe: e lo faceva persino il Re con le sue mani a Caserta, e correva molta gente a vederlo.


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Ricordanze della mia vita
Volume Primo
di Luigi Settembrini
pagine 271

   





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