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      La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale: i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà, tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i loro mercati.
      La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse classi della società.


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Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo
Tomo I
di Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi
1817 pagine 281

   





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