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      Vent'anni più tardi i nobili di Ferrara trasmisero la sovranità al figlio del marchese con questa strana formola, «che sottomettevano alla sua volontà la decisione del giusto e dell'ingiusto.» Dopo tale epoca Ferrara più non deve risguardarsi come una repubblica. È bensì vero che per istabilire una simile tirannia si dovettero esiliare quasi mille cinquecento famiglie, e dividerne i beni tra i loro nemici, onde attaccarli alla difesa del nuovo governo.
      Federico tentò di far risguardare l'animosità di Gregorio IX contro di lui come una lite personale che non doveva turbare il riposo della Chiesa. Gregorio, per l'opposto, pretendeva di proscrivere Federico agli occhi del mondo cristiano. A quest'oggetto adunò un concilio a san Giovanni di Laterano per il giorno di Pasqua del susseguente anno, al quale chiamò i vescovi francesi con lettere del mese d'agosto. La sollecitudine colla quale questi prelati si apparecchiavano al viaggio di Roma, li mostrava affatto ligi al papa; onde Federico previde apertamente che avrebbero sanzionata la scomunica papale, e che i suoi partigiani, scoraggiati dall'inimicizia di tutta la Chiesa, lo avrebbero un dopo l'altro abbandonato. Determinato d'impedire ad ogni patto quest'adunanza che poteva essergli fatale, Federico scrisse a tutti i sovrani d'Europa «che non permetterebbe giammai l'unione di un concilio che dalle stesse lettere di convocazione appariva destinato non a rendere la pace alla Chiesa, ma bensì a suscitare una crudel guerra contro il capo del cristianesimo.


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Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo
Tomo III
di Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi
1817 pagine 326

   





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