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      Andate non pertanto, e dite al duca d'Atene, che in altri assai più infelici tempi che questi non sono, i vostri ed i nostri maggiori chiesero più volte ajuto a stranieri principi; i Ghibellini a Federico ed a Manfredi; i Guelfi ai due Carli ed a Roberto; ma non mai, per grande che fosse la dignità del monarca ed il pericolo dello stato, non mai fu sagrificata la pubblica libertà; giammai non fu dato a Firenze un signore sovrano. Le nostre consorti ed i nostri figliuoli non sapranno mai perdonarci la vergogna della schiavitù; noi medesimi mai non rinuncieremo alla felicità di vivere liberi»417.
      Il duca d'Atene si affrettò di calmare quel movimento d'entusiasmo che risvegliato aveva il discorso del gonfaloniere, assicurando ch'egli medesimo non desiderava un potere che sovvertisse la libertà dello stato, che soltanto chiedeva di aver libere le mani per breve tempo, finchè avesse potuto fare quel bene di cui sentivasi capace; che non pretendeva cosa insolita a Firenze, e che un'autorità dittatoriale in tempi calamitosi era stata più volte accordata a principi che assai meno di lui amavano la repubblica. Mentre rassicurava in tal modo i consiglieri della signoria, i suoi araldi d'armi sparsi per la città chiamavano il popolo a parlamento sulla piazza di santa Croce per deliberare intorno ai bisogni della repubblica.
      L'autorità sovrana del parlamento era riconosciuta in tutte le repubbliche italiane; il governo non agiva mai che quale rappresentante della nazione, onde cessava il suo potere tosto che la nazione medesima era adunata.


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Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo
Tomo V
di Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi
1817 pagine 298

   





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