Pagina (5/103)

   

pagina


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

      Li sentimmo urlare, correre, massacrarsi. Erano italiani e negri. Vinsero gl'italiani. E uno d'essi scendeva col collo rotto e cantava cadenzatamente: «Ma intanto mi go vinto! ma intanto mi go vinto!». Io vidi tutta la guerra abissina su una grande carta geografica che babbo aveva inchiodato nella nostra camera, e ci spiegava, tenendo in mano il Piccolo, dove gl'italiani procedevano. Di sotto c'erano, a cavallo, con piume in testa e neri in viso, Menelik, ras Alula: e io gli bucavo il naso con lo spillo delle bandierine. Ero molto contento che gl'italiani vincessero. Credo d'aver pregato per loro.
      Allora credevo in Dio e pregavo ogni sera: "Padre nostro che sei nei cieli", e poi stringevo gli occhi, stavo fermo fermo, pensando soltanto quella persona che desideravo Dio amasse. E questo era pregare. E pregavo per la mia bella Italia, che aveva una grande corazzata, la piú forte del mondo, che si chiamava Duilio. La nostra patria era di là, oltre il mare. Invece qui, mamma chiudeva le persiane alla vigilia della festa dell'imperatore, perché noi non s'illuminava le finestre e si temeva qualche sassata.
      Ma l'Italia vincerà e ci verrà a liberare. L'Italia è fortissima. Voi non sapete cos'era per me la parola "bersagliere".
     
      La nostra casa era bella e patriarcale. L'atrio era come un grande tempio, arioso, intorno a cui giravan le scale con le balaustre bianche, incorniciate di legno lustro, giallo bruno. D'inverno il sole entrando per i finestroni cercava di scaldare i cacti sgonfi di zio Daghelondai.


Pagina_Precedente  Pagina_Successiva  Indice  Copertina 

   

Il mio Carso
di Scipio Slataper
pagine 103

   





Piccolo Menelik Alula Dio Dio Italia Duilio Italia Italia Daghelondai