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      «Porca! puttana! Fora de qua, fora! Va de quela scrova de to mare! Fora!»
      E la cacciò via di notte, con la serva e un fagotto di biancheria, minacciandola dalla finestra con il duecanne.
      «Ah? Ucio?!»
      Ricordiamo e ci narriamo godendo della scena drammatica, e poi decidiamo a freddo di rislanciarci alla devastazione. Ucio infuriò come la grandine e la bora. Io ero già annoiato, e mangiando un grappolo d'uva pensavo: "Lavora, lavora, Ucio! Vila iera mia".
      Povero Ucio. Io andai in villeggiatura, in Italia, oltre il confine, oltre il ponte dell'Iudrio e Ucio intanto, per la vendetta, bersagliò con il flobert un fanale della carrozza del padron di casa, e ci lasciò dentro la palla. La sua famiglia fu mandata via dalla campagna. Io gli scrissi: "Caro Ucio, quando c'è un solo flobert 6 mm. in campagna, dopo tirato bisogna levar la palla dal fanale". E cosí a me il padron di casa voleva molto bene, e quando stetti male mi condusse spesso a caccia.
     
     
      Perché avevo terribile mal di capo. Ero cresciuto troppo presto, e letto e studiato troppo nella convalescenza del tifo. Mi condussero da un dottore che mi visitò tutto, poi si levò gli occhiali e mi guardò fisso negli occhi.
      Fu uno sguardo lungo e una lotta zitta fra me e lui. Io l'odiai fortemente perché egli vedeva oltre la mia aria da malato. Non aveva pietà di me. Solo in quel momento m'accorsi d'aver sempre esagerato con molta verità l'emicrania. E lo guardai in viso, come a dirgli: "lo non sto male, sto benissimo, sono pigro, ecco, semplicemente.


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Il mio Carso
di Scipio Slataper
pagine 103

   





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