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      Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.
      - Ma non vi è un Restaurant? - Domandammo a una guardia.
      - Una volta ci era...
      - Ed ora!
      - Lo chiusero al principiar della guerra!
      - E per bere come si potrebbe fare?
      - Uhm!... Guardino là ci è una vivandiera.
      Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi: quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere...
      - Non ce ne ho che pochi bicchierini... ma sono per quelli della mia compagnia.
      - Va benissimo!... Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non poteva sembrare enigmatico a chicchessia!
      - Meno male che poco ci abbiamo da attendere! - Esclamò uno di noi.
      Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.
      Noi eravamo prostrati... Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei e gliela facevano in barba.


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Da Firenze a Digione
Impressioni di un reduce garibaldino
di Ettore Socci
Tipografia sociale Prato
1871 pagine 297

   





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