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      Come ben si vede, le guide facevano il servizio di cavalleria, e non erano incaricate minimamente delle missioni a loro speciali: per le esplorazioni erano sempre in giù e in su gli Chasseurs d'Afrique e gli Ussari; e ciò da un lato era più che naturale: pochissimi nelle nostre file sapevano parlare il francese e anche tra questi alcuni ne basticciavano solamente qualche parola a casaccio... ora era egli possibile che per questo mezzo si potessero sapere informazioni sicure, notizie esatte, ricevute dai paesetti dove trasitavano nelle loro escursioni? Le guide non dovevano essere un reggimento, ma tutt'al più uno squadrone, come era nel 1866, uno squadrone costituito dall'eletta dell'armata... pochi ma intelligenti.
      Nel nostro squadrone poi era un vero bailamme: cinquantaquattro uomini con diciassette cavalli, di cui undici tanto malati da non potersi muovere dalle scuderie; nessun vestiario; tanto cavalli che vestiarii si aspettavano di momento in momento, i primi da Chambery dove Canzio e Tironi erano andati per levarli a Frapolli, i secondi d'Autun. Figuratevi dunque una cavalleria di persone in cilindro, in papalina e col cappello alla Pouff, eppoi ditemi che noi non avevamo qualche rassomiglianza, se non altro nella tenuta, con i celebri eroi del novantadue.
      A capo di quest'accozzaglia di gente poco cavalleresca, almeno all'aspetto, era il tenente Ricci, buon patriotta di Forlì, ferito ad Aspromonte, e reputato assai dal Generale. Il Ricci però, se era tra i primi quando si trattava di condurre al fuoco i soldati, non si vedeva mai alla caserma e lasciava andare le cose, o male o bene, per il loro verso.


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Da Firenze a Digione
Impressioni di un reduce garibaldino
di Ettore Socci
Tipografia sociale Prato
1871 pagine 297

   





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