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      Appena arrivati, sentiamo tutti un gran desiderio di mangiare e di vedere una nuova città. Lasciamo nei vagoni i cavalli, senza curarci di dar loro quel pasto che tanto si anela per noi ed a corsa entriamo in Macon: si questiona col sindaco per aver il biglietto d'alloggio; finalmente ci vien concesso, io vado in casa di una bellissima vedova: mi metto a dormire in uno stanzino accanto alla sua camera; però prima lei chiude l'uscio con doppio giro di chiave; le precauzioni non sono mai troppe! Al mattino ci rammentiamo dei cavalli: si vanno a prendere e ci si monta a pelo per condurli al deposito. Ci riceve un vecchio capitano che ci guarda a squarciasacco, arricciandosi i lunghi mustacchi, e battendo il frustino sugli stivali. Ci ordina di metter le bestie in una vastissima scuderia. Maledizione! Queste hanno tanta fame che si mettono a dar dentate al legno della mangiatoia. Si figurino i lettori quali occhi piantasse nei nostri il capitano! Sbuffò come un istrice, bestemmiò un paio di sacres tonners e poi in tuono burbero ci chiese: Ma da quanto tempo non mangiavano questi cavalli? - Fingi di non capire il francese, mi sussurra un vecchio merlo che ho accanto. Così faccio, non rispondo ad alcuna domanda, il vecchio soldato ci manda al diavolo e noi andiamo a desinare. Il nostro pasto si prolunga tanto, che non solo non possiamo veder la città, ma arriviamo a buco per la partenza del treno.
      Appena scesi dalla stazione di Chalons, ci colpisce la vista un insolito brulichio di persone: la vasta piazza dell'obelisco è occupata da capannelli che si agitano, si sbracciano, discorrono ad altissima voce.


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Da Firenze a Digione
Impressioni di un reduce garibaldino
di Ettore Socci
Tipografia sociale Prato
1871 pagine 297

   





Macon Chalons