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      — disse teneramente. — Oh, perché mai mi conoscesti? Senza di me potresti essere felice.
      — O mio Giorgio, perché dir tali cose? Che cosa ti è dunque accaduto di sì orribile, o che cosa ti minaccia? Eppure nulla ha turbato la nostra felicità fino a questi ultimi giorni!
      — Sì, cara... nulla... nulla! —
      E tirando il fanciulletto tra le sue ginocchia, ne contemplò lungamente i grandi occhi neri, passando le dita nelle ciocche de’ suoi capelli.
      — È tutto il tuo ritratto, Elisa, e tu sei la più bella donna che finora io abbia vista e la migliore che io abbia vagheggiata col pensiero. Ma ohimè, perché dovevamo incontrarci?
      — Giorgio, come puoi parlare a questo modo?
      — Sì, Elisa, tutto è miseria, miseria, miseria! La vita per me è amara come il fiele. Io non sono che un meschino derelitto, senza barlume di speranza. Null’altro posso fare per te che trascinarti nella mia rovina. A che vale darsi briga, imparare, tentar d’essere qualche cosa? A che vale il vivere? Io vorrei esser morto.
      — Oh, mio diletto Giorgio, è male ciò che vai dicendo! So quanto soffristi perdendo il posto nella fabbrica, e so quanto è duro il tuo padrone: ma sii paziente, te ne supplico. Chi sa!... Forse...
      — Paziente! — diss’egli interrompendola. — Non lo sono stato finora? Mi sfuggì un detto solo, quando egli venne a togliermi senza ragione da un luogo dove tutti mi dimostravano benevolenza? Gli resi conto dei miei guadagni fino a un centesimo, e ciascuno attesterebbe che io lavoravo a dovere.
      — Per verità è cosa orribile; — disse Elisa — ma poi alla fine egli è tuo padrone.


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La capanna dello zio Tom
di Harriet Beecher Stowe
Editore Salani Firenze
1930 pagine 624

   





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