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      E la voce che pronunziava queste parole s’indebolì a poco a poco, e Tom non udì più altro se non una musica divina. La fanciulla alzò i pensosi suoi occhi e li tenne fissi con tenerezza in quelli di Tom; raggi di consolazione e di calore celeste penetrarono nel cuore del meschino; ed Evangelina, come se quella musica soavissima l’avesse sollevata verso il Cielo, parve s’involasse sopra ali fulgide da cui una pioggia di scintille e di stelle d’oro le saliva e ricadeva d’intorno.
      Tom si svegliò. Era un sogno? Si creda pur tale. Ma chi può dire che a quell’anima soave di giovinetta, che vivendo aveva sempre anelato di consolare gli afflitti, fosse vietato da Dio di compiere questo pietoso ufficio anche dopo la morte?
     
      «È pur soave credereChe spiriti immortali
      Sopra candide ali,
      Fidi ad antico amor,
      Sul nostro capo alegginoDopo la morte ancor.»
     
     
     
     
     
     
     
     
      XXXIII.
     
     
      CASSY.
     
     
     
     
      Tom comprese presto che cosa doveva sperare o temere nel suo nuovo genere di vita. Abile operaio, faceva bene qualunque cosa intraprendesse, ed era, per abitudine e per principii, ognora pronto e fedele. Mansueto per natura, sperava, con la sua instancabile diligenza, di evitare parte dei mali che lo minacciavano nella sua nuova condizione di vita. Le scene di miseria che aveva sott’occhio lo contristavano profondamente; ma egli aveva risoluto di soffrir tutto con religiosa pazienza, di fidar sempre in Colui che giudica secondo giustizia; non senza speranze che, presto o tardi, gli si aprirebbe una via di scampo.
      Non sfuggivano a Legrée le qualità eccellenti di Tom; lo giudicava uno dei migliori lavoranti; e nondimeno Tom era per lui un oggetto di avversione: antipatia naturale dei malvagi verso i buoni.


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La capanna dello zio Tom
di Harriet Beecher Stowe
Editore Salani Firenze
1930 pagine 624

   





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