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      Ho risoluto, e non li temo. Iddio mi aiuterà e mi reggerà fino all’ultimo punto. —
      La donna non rispose; stava immobile, con gli occhi fissi a terra.
      — Questa sarebbe una via di scampo, forse! — diceva, come parlando a se stessa. — Ma per coloro che hanno ceduto, non c’è più alcuna speranza. Noi viviamo nel fango e destiamo ripugnanza a noi stessi. Vorremmo poter morire, né abbiamo il coraggio di ucciderci. Non c’è più speranza, no. Quella giovinetta ha proprio l’età che avevo io! Ed ora vedete ciò che sono divenuta; — soggiunse tosto parlando a Tom rapidamente — eppure io ero stata allevata nel lusso. La più antica memoria che ho della mia fanciullezza è quella di splendide sale dove mi godevo in giuochi e trastulli, vestita come una bambola, e carezzata dalla famiglia e dagli amici di casa. Le finestre del salotto davano sopra un giardino, e colà io mi sollazzavo sotto gli aranci coi miei fratelli e le mie sorelle. Fui mandata in convento. V’imparai la musica, la lingua francese, il ricamo ed altro.
      «A quattordici anni ne uscii per assistere alle esequie di mio padre. Egli morì di morte subitanea, e quando si fece l’esame di tutti i suoi affari, si verificò che i fondi non erano sufficienti per pagare i debiti. I creditori fecero un inventario della sua proprietà e v’iscrissero anche me. Mia madre era schiava; mio padre aveva sempre avuto in animo di emanciparla; ma per il suo troppo indugiare anch’io mi trovai in quella lista. Io ben conoscevo la mia condizione, ma non ci avevo mai fermato il pensiero.


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La capanna dello zio Tom
di Harriet Beecher Stowe
Editore Salani Firenze
1930 pagine 624

   





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