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      Alle due parti, invece, l'azzurro dei promontorii lontani era offuscato dalla notte più tetra. Tutto era enorme, sconfinato e in tutte quelle cose l'unico moto era il colore del mare. Egli ebbe il sentimento che nell'immensa natura, in quell'istante, egli solo agisse e amasse.
      Le parlò di quanto a lui era stato raccontato dal Sorniani, interrogandola finalmente sul suo passato. Ella si fece molto seria e parlò in tono drammatico della sua avventura col Merighi. Abbandonata? Non era la vera espressione perché era stata lei a pronunziare la parola decisiva che aveva sciolto i Merighi dal loro impegno. Vero è che l'avevano seccata in tutti i modi, lasciando intendere che la consideravano quale un peso nella famiglia. La madre del Merighi (oh, quella vecchia brontolona, cattiva, malata di troppa bile) glielo aveva spiattellato chiaro e tondo: – Tu sei la disgrazia nostra perché senza di te mio figlio potrebbe trovare chissà che dote. – Allora di propria volontà, ella abbandonò quella casa, ritornò dalla madre – disse dolcemente questa dolce parola – e, dal dolore, poco appresso, ammalò. La malattia fu un sollievo perché nella febbre si dimenticano tutti gli affanni.
      Poi ella volle sapere da chi egli avesse appreso quel fatto. – Dal Sorniani.
      Non ricordò subito quel nome, ma poi esclamò ridendo: – Quel brutto coso giallo che va sempre in compagnia del Leardi.
      Anche il Leardi ella conosceva, un giovinotto che incominciava allora allora a vivere, ma con una foga che lo aveva posto subito in prima linea fra i gaudenti della città. Il Merighi gliel'aveva presentato molti anni prima, quando tutt'e tre erano quasi bambini; avevano giocato assieme.


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Senilità
di Italo Svevo (Ettore Schmitz)
pagine 258

   





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